Remise en forme pre-estiva: che fatica!

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Sono quasi certa che moltissimi tra noi – complice l’arrivo del caldo – siano impegnati già da qualche giorno nella lettura di riviste e consigli pratici per rimettersi in forma in previsione della ormai imminente stagione estiva. In realtà a sentire gli esperti a quest’ora è un po’ tardi, bisognerebbe pensarci con largo anticipo (tipo dall’estate scorsa!), ma il tempo incerto degli ultimi mesi ci ha illuso che l’amico cappotto potesse esserci ancora d’aiuto a oltranza, pronto a coprire quel difettuccio che sappiamo solo noi e che una bianca camicia estiva di lino non ti perdona!

Ma il caldo è arrivato, e onde evitare proliferazioni insane di batteri e odori sgraditi forse è ora di abbandonare giacconi e giacchetti e di optare per un po’ di movimento e una sana alimentazione (e in quest’ottica mi sa che della carbonara con il guanciale mi sazio con una foto ricordo!).

E poi di diete in giro che ti promettono risultati rapidi e sicuri ce ne sono a bizzeffe: quella dell’insalata, dell’anguria, dello yogurt; quella di una settimana, di tre giorni, di un giorno e mezzo, salto uno e riprendo dopo due… guardate, mi rovino, digiuno mezz’ora e sto! Ora, scherzi a parte (o solo in parte, dipende), penso che avere cura di sé e cercare di migliorare il proprio aspetto in generale vada bene, anche perché un buon rapporto con il proprio corpo aiuta a sentirsi in pace con se stessi, ma com’è ovvio anche la remise en forme pre-estiva va affrontata entro determinati limiti e dando il giusto peso (è proprio il caso di dirlo) alle cose: anche perché dopo anni e anni di pratica (o forse sarebbe più corretto dire di tentata pratica!) so che i risultati veri non si possono ottenere in un giorno, che il digiuno non fa bene all’umore, che in generale un piccolo peccato di gola ogni tanto aiuta a renderci felici e non è la fine del mondo… e che per sentirsi davvero leggeri è la vita, a volte, a dover essere presa con leggerezza! Ok, è ora degli addominali, vi lascio, alla prossima…

Menuccia

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Omaggio davanti al mare a Philip Roth

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Oggi sono uscita presto per camminare (riprendiamo le buone abitudini!) e davanti al mare calmo di stamattina sono ispirata e ho voglia di rendere omaggio a Philip Roth, il celebre scrittore statunitense (premio Pulitzer nel 1998 per Pastorale americana) morto a 85 anni alcuni giorni fa.

E voglio citare un passo tratto da un suo libro:

“L’unica ossessione che vogliono tutti: l’«amore». Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due”.

(Philip Roth, da L’animale morente)

Oggi ci piace iniziare così. Buongiorno a tutti!

Menuccia

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“Alla fine dell’amore”, incanto con parole quotidiane

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Questo pomeriggio non ho bisogno di aggiungere parole agli splendidi versi di questa poetessa. Non è molto conosciuta in Italia ed è scomparsa di recente.

Spero vi venga voglia di leggere altre sue poesie, perché sa regalare incanto anche a parole di uso quotidiano.

ALLA FINE DELL’AMORE

Alla fine dell’amore c’è l’amore.
Alla fine del desiderio non c’è niente.
L’amore non ha principio né fine.
Non nasce, resuscita.
Non incontra. Riconosce.
Si sveglia come dopo un sogno
Di cui la memoria ha perso le chiavi
.
Si sveglia con gli occhi azzurri
Pronto a vivere la sua giornata
.
Il desiderio dell’insonne invece muore all’alba
Dopo aver combattuto tutta la notte
.

Talvolta l’amore e il desiderio dormono assieme.
In quelle notti si vedono la luna e il sole”.

(Liliane Wouters, da L’aloe, 1983)

Francesca

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Dico la mia sul Royal wedding

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Qualche giorno fa gli occhi di centinaia di persone in tutte il mondo (e tra queste per un’ora circa c’ero anch’io) sono rimaste incollate alla Tv per guardare incuriosite la diretta delle nozze più attese dell’anno, quelle tra il principe Harry e Meghan Markle (ora duchessa di Sussex): è il 19 maggio scorso, un sabato mattina, e alle 12 (ora inglese), alla St. George’s Chapel, Castello di Windsor, entra Meghan in abito bianco. Un abito semplice e bellissimo, completato da un lungo velo ricamato con 53 fiori, simbolo dei paesi del Commonwealth.

Ora, vi chiederete perché cito l’evento: innanzi tutto perché mi è piaciuto moltissimo, soprattutto per le note di contemporaneità che hanno contraddistinto la cerimonia (personalmente ho adorato la scelta del coro gospel che ha intonato Stand by me: semplicemente sublime!) e poi perché sono rimasta particolarmente colpita dall’incedere sicuro di una sposa che entra da sola in chiesa, accompagnata sì da 10 bimbi  – tra paggetti e damigelle – ma senza la necessità di nessuno che le tenga il braccio (il principe Carlo l’ha accompagnata solo negli ultimi metri): una scelta che ho apprezzato e mi ha fatto riflettere (giusto in tema con la rubrica!).

Meghan è una donna del suo tempo, del nostro tempo, che con autonomia e consapevolezza entra da sola per andare incontro alla persona con cui trascorrere la vita. Un’immagine che mi è piaciuta, perché credo dica molto sulla vera essenza del matrimonio: la libera scelta di due persone, che al di là di qualunque differenza sociale si incontrano e si scelgono, in piena libertà e per amore. Davvero bello! Oggi sto sul romantico – sentimentale, ogni tanto ci sta… Alla prossima!

Menuccia

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Tramonti di maggio…

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C’è un proverbio che recita così:

“Non ci sono vecchi senza dolori, giovani senza amori e maggio senza fiori”.

In tutta onestà non saprei dire quanti e quali fiori abbia portato questo mese di maggio, ma per il momento ho notato che sta regalando dei tramonti bellissimi, soprattutto nelle ultime sere. Questo è di un paio di giorni fa e non ho potuto fare a meno di condividerlo.

Oggi ci piace iniziare così. Buongiorno e buona domenica a tutti!

Menuccia

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Resistere alle avversità della vita: due storie di coraggio e forza di carattere

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È di questi giorni la notizia di un giovane sportivo a cui sono stati amputati i 4 arti per una grave malattia.
Il ragazzo ha acceso una raccolta fondi sui social per ottenere la somma necessaria ad acquistare delle protesi di ultima generazione. La sua storia mi ha molto colpita perché, al di là dei traumi che deve aver subito ritrovandosi in una condizione di profonda disabilità, ha trovato la forza di reagire e di credere di poter tornare ad una vita autonoma e piena.

Tutto questo mi ha fatto ricordare la vita di un poeta e giornalista poco conosciuto in Italia, ma che ispirò il personaggio del pirata Long John Silver a Stevenson per l’Isola del tesoro. Quest’uomo, proprio come il ragazzo, subì l’amputazione di una gamba e rischiò di perdere anche l’altro piede, convivendo tutta la sua vita con la malattia: la tubercolosi lo colpì all’età di 12 anni. Eppure scrisse queste righe, segno della sua forte personalità. Credo che il ragazzo e lo scrittore dovrebbero esserci di ispirazione.

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all’altro
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia anima invincibile.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non ho arretrato né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima”.

(W.H. Henley, Invictus)

Francesca

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Senso civico

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Ammetto di essere un po’ insofferente negli ultimi tempi: insofferente alle parole inutili, ai gesti futili e soprattutto alle lamentele fini a se stesse. Mi riferisco a quelle nenie trite e ritrite di chi guarda il nostro bel Paese con aria amareggiata e sulla qualunque, ma proprio sulla qualunque – dal cielo grigio di stamattina fino ad arrivare al tema di storia dei figli alle superiori – puntualmente sentenzia che “tanto in questo Paese le cose vanno così”.

Non mi riferisco a chissà quali emeriti osservatori internazionali o esperti, mi riferisco a tutti quei miei connazionali che sono rassegnati e apatici rispetto a tutto ciò che c’è che non va (e per carità, ce n’è) e si lamentano ormai come un 45 giri rovinato… Ma lo fanno mentre buttano la carta della caramella per strada, perché fingersi per 10 secondi maratoneti e arrivare al cestino dei rifiuti a mezzo metro di distanza è uno sforzo che non vale la pena (tanto è sporco! Mi piacerebbe praticare lo stesso sport nei loro giardini); che si lamentano se la metro in città salta una corsa, ma fanno i furbi e si accodano ai tornelli per non fare il biglietto (ma perché, scusate, un’attesa di due minuti dà diritto ad un viaggio gratis? Ci sarebbe da farci un trattato di economia); che sono disposti a trascorrere un intero pomeriggio in spiaggia ad ammorbare il vicino di ombrellone sull’aumento della tassa dei rifiuti nel proprio Comune, ma poi non fanno o fanno male la raccolta differenziata (perché ricordarsi che le cicche delle sigarette e il torsolo della mela vanno in cestini diversi è un lavoro di concetto che richiede anni e anni di studio!).

No, davvero, risparmiatemi, vi prego. Il cambiamento, quello vero, quello da cui ripartire e dare un nuovo inizio, non è un dono dall’alto che scende come la manna dal cielo, è frutto e normale conseguenze di un cambiamento culturale, di una visione della vita, di un approccio positivo e propositivo di chi ogni giorno vive nel rispetto delle regole, che – lo ricordo per quanti fossero stati colpiti da una momentanea amnesia – nascono proprio per questo, per essere rispettate e non dovrebbe essere necessario che qualcuno mi debba fornire una ragione di vita per farlo, ciascuno di noi dovrebbe farne uno stile di vita, ispirato dal rispetto, dal senso di appartenenza ad una comunità di persone, ad una Nazione, e soprattutto dal senso civico, lo chiamano così…

Menuccia

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A tutte le madri imperfette

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“Non è possibile essere una madre perfetta. Ma ci sono milioni di modi per essere una buona madre”.

(Jill Churchill)

Nel giorno della festa della mamma mi sento di fare gli auguri a tutte le madri imperfette (me compresa) che ci provano ogni giorno ad essere delle buone madri.

Oggi ci piace iniziare così. Buongiorno e buona domenica a tutti!

Menuccia

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Alda Merini: tra mare e poesia

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La mia passione per il mare credo sia nata da subito. Non ricordo una sola stagione della mia vita in cui io non abbia provato piacere, gioia ed entusiasmo nel trovarmi davanti alle onde, alla spiaggia, al fluire e rifluire dell’acqua salata.

Il mio amore per la poesia, invece, non è comparso appena ho imparato a leggere. Anzi, pur vantando una memoria di ferro, non amavo imparare gli scritti dei poeti alle scuole elementari. Lo facevo solo perchè dovevo farlo.

È stato in I liceo Classico che ho avuto la folgorazione per la poesia come genere letterario. Durante l’autogestione, in un corso tenuto da un mio coetaneo, ho scoperto Gibran e con lui si è tolto quel velo che separava la mia anima dai versi. Non ho scelto però oggi una sua lirica, ma una di una poetessa più controversa, dalla vita sicuramente difficile, costantemente vessata dalla malattia mentale. Nelle sue righe ritrovo due dei miei grandi amori: il mare, appunto, e la poesia.

Mare e Terra

Mare,
che io domino col pensiero,
mi hai nascosto mille bugie
e tante verità
.
Un giorno d’aprile
è esplosa un’onda
che avrei voluto baciare
,
come un animale
fugge davanti al fuoco
,
io sono fuggito da te.

Ho lasciato il mare per la terra
e la terra per il mare
,
ho lasciato il mare per la terra
e la terra per il mare
,
e ho sbagliato tutto,
perché non esistono
né ombre né luci
,
ma solo il nostro breve pensiero,
ma solo il nostro bisogno d’amore

(Alda Merini)

Francesca

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Ad ognuno i suoi record…

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Rieccomi all’uso del vocabolario (chi mi conosce o mi legge sa che lo uso abbastanza). Oggi ho cercato il significato del termine eccezionale, per essere certa che fosse il vocabolo giusto per descrivere la sensazione che volevo esprimere. Sul vocabolario Treccani on line, al significato 1a del termine “eccezionale” testualmente si legge: “Che costituisce un’eccezione, quindi straordinario, singolare, insolito”. Esatto! Il termine è questo. Sì, perché personalmente trovo assolutamente straordinario, o meglio ancora, extra-ordinario (inteso proprio come fuori dal comune) chiunque nella propria esistenza sia riuscito a risolvere (e in breve tempo) il cubo di Rubik. Mi riferisco al rompicapo tridimensionale a colori con cui quasi tutti, credo, abbiamo provato a cimentarci almeno una volta nella vita. Se poi il risolutore in questione riesce in 4,22 secondi (praticamente lo stesso tempo che impiegherei io solo per decidere se iniziare dal bianco o dal verde), mi viene solo un termine: ECCEZIONALE. È questa una delle notizie che ha fatto il giro dei media nelle ultime ore e personalmente ne sono rimasta colpita, soprattutto dopo aver visto il video che documenta l’evento, il cui protagonista è un 22enne australiano.

Ora, ammetto di non avere mai avuto ambizioni da Guinness dei primati, anche perché le categorie in cui potrei competere temo siano poco interessanti (tipo la velocità con cui riesco a sporcarmi una maglietta pulita con lo yogurt poco prima di uscire, o la mia capacità di reazione e comprensione – nulla – quando mi svegliano di soprassalto, e così a seguire con altre specialità di cui al momento vi risparmio i particolari!), ma ammetto che riuscire nella risoluzione rapida del cubo di Rubik mi piacerebbe molto, e mi emozionerebbe anche, al di là di qualunque primato.

Va be’, nella consapevolezza che allo stato attuale la mia rimane un’emozione destinata a rimanere inattesa, torno ai miei record personali, anche perché al momento ne sto sperimentando di nuovi (primo fra tutti la capacità di accumulare panni da stirare, ma anche questo temo desti poco interesse). Alla prossima!

Menuccia

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