Si torna a camminare…

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“[…] È, quell’infinita tempesta,

finita in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano

cirri di porpora e d’oro.

O stanco dolore, riposa!

La nube del giorno più nera

fu quella che vedo più rosa

nell’ultima sera […]”.

(Giovanni Pascoli, un passo tratto dalla poesia La mia sera).

Dopo il vento e l’acqua dei giorni scorsi oggi pomeriggio sembrava quasi primavera e sono tornata a camminare come piace a me (con tanto di contapassi al seguito!). Potevo non condividere il cielo e il mare di oggi e alcuni versi di una delle mie poesie preferite? In effetti potevo… ma oggi ci piace andare incontro al sabato sera così! Buona serata a tutti!

Menuccia

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Ieri è stato realmente un giorno triste, e non solo perché era il “Blue Monday”…

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Ieri, 15 gennaio, è stato il “Blue Monday”. Cos’è? Benvenuti nel club allora, perché me lo sono chiesta anch’io. Ammetto la mia ignoranza e confesso dunque di averla scoperta da poco, ma pare sia una ricorrenza ben nota da anni nel Regno Unito, dove uno psicologo dell’Università di Cardiff ha sostenuto agli inizi degli anni 2000 che il terzo lunedì di gennaio sia, per svariate ragioni, il giorno più triste dell’anno. Già di suo il lunedì non è mai stato il giorno più amato della settimana, perché il rientro da una pausa, anche se breve, di solito non è mai piacevolissimo (in generale l’idea “si ricomincia” implica in sé una certa fatica): a ciò lo studio in questione aggiunge altri fattori, tra cui la fine del periodo natalizio e l’abbandono (precoce, lasciatemelo dire) dei buoni propositi che ciascuno si era prefissato per il nuovo anno; al tutto si sommano poi le condizioni meteorologiche e i debiti (e senza essere psicologa questi, in particolare, credo non metterebbero di buon umore nessuno in qualunque giorno dell’anno!).

Naturalmente non ho gli elementi né la competenza per poter dire quanto ci sia di vero in questa teoria, ma in tutta onestà, pur volendo dare per buoni i motivi che indurrebbero tanta tristezza, faccio fatica a comprendere perché dovrebbero concentrarsi tutti in quel lunedì (e se la nostalgia delle feste mi venisse la domenica sera? Sarei fuori target probabilmente).

Se devo essere sincera oggi avevo pensato di scherzarci un po’ su circa la storia del giorno più triste, ma stamattina non sono in vena, perdonatemi. Il caso – o il destino, dipende dai punti di vista – ha voluto che ieri sia stato comunque un giorno triste, almeno per molti amanti della buona musica. Per me lo è stato. Ieri è venuta a mancare improvvisamente Dolores O’Riordan, la voce inconfondibile della band irlandese The Cranberries. E non potevo proprio far finta di niente. E mi dispiace, mi dispiace tanto. E penso a quanto sia strana a volte l’associazione di idee che fa la nostra testa: quando ieri ho appreso la notizia non mi è venuta in mente subito la sua immagine, ma la sua voce, che cantava “Zombie” nelle cuffie di una mia compagna di classe durante un viaggio in pullman di tanti anni fa. Era una gita scolastica. Ero alle superiori. Ho avuto un attacco di nostalgia racchiuso in pochi secondi di ricordi… Grazie per l’emozione che ci ha sempre dato la tua voce Dolores, l’ascolterò ancora, promesso…

Menuccia

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Di viaggio in viaggio…

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Mancava solo qualche giorno alla fine dell’anno scolastico in cui avrei conseguito la maturità.

Il mio professore di Italiano, uomo di rara cultura ed eccezionale capacità di trasmettere, ci spiegava quanto fosse importante leggere i cosiddetti classici da giovani e poi rileggerli da adulti, per trovare nuove spinte a capire.

Al termine di quella lezione gli posi una domanda.

“Professore, quale autore mi consiglia di leggere, al di là di tutti quelli già incontrati in questi anni di studio?”

Mi rispose che gli avrei dovuto promettere di leggere, e poi rileggere da adulta, uno dei suoi scrittori preferiti.

Per quest’ora del tè ho scelto questa citazione di Saramago, che racconta, con il suo modo di intendere il viaggio, anche la mia personalissima visione dell’andare per il mondo.

«[…] Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.»

(J. Saramago, Viaggio in Portogallo)

Francesca

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Il fascino di una lettera…

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Breve storia: anni ’40, lui è al fronte, a Bengasi, in Libia. Lei, la moglie, è a casa, in Italia, in Puglia per l’esattezza. Non esiste ancora internet, né i social, tantomeno WhatsApp. Si scrive. A mano. Su carta. Una di quelle lettere inviate dalla Libia è però priva di francobollo italiano e rimane in giacenza in un ufficio postale, destinata a non essere mai ricevuta, se non fosse per un collezionista che, acquistato il cimelio sul web, ha cercato l’amatissima a cui era destinata e ha recapitato la lettera alla famiglia a 75 anni di distanza.

È questa una delle notizie che ha fatto il giro dei media nei giorni scorsi e che mi ha molto colpita. In un’epoca che ci sembra tanto lontana, anche se in fondo non lo è neanche tanto (alla fine parliamo solo del secolo scorso), la storia ci ricorda di quanto fosse ancora romantico e pieno d’amore scriversi. Senza emoticon, senza immagini scaricate dal web, solo con carta, penna e inchiostro. Non che scriversi anche oggi non possa essere altrettanto romantico, sia pure per messaggio – basterebbe un po’ d’impegno, non è difficile! – ma ricevere una lettera scritta a mano è un’altra cosa, fosse solo per il gusto di vedere la calligrafia di chi l’ha scritta: la scrittura, intesa proprio come modo di scrivere le lettere dell’alfabeto, è una caratteristica che dice molto di ognuno di noi, e poi è una cosa molto personale, quasi intima direi, ed è una cosa strana anche, perché ti dà l’idea del contatto umano pur senza alcun contatto.

Se ci penso, un po’ mi dispiace. Mi dispiace per mio figlio, che è anche figlio del suo tempo, e difficilmente riceverà o invierà un messaggio o una lettera scritta a mano, meno che mai una cartolina (i saluti dalle vacanze li inviamo con WhatsApp ormai!).

E mi dispiace per me, perché vorrei riceverne ancora di lettere scritte a mano, di messaggi su un biglietto e di cartoline da una stazione prima che qualcuno perda un treno… Va be’, magari tra una trentina d’anni mi vedrò recapitare una cartolina, non dal fronte ovviamente perché per mia fortuna sono nata in tempo di pace, ma magari da una vacanza estiva, da un luogo della mia memoria da adolescente in cui qualcuno mi mandava i saluti sedendosi e scrivendo con l’inchiostro di una penna…

Menuccia

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Come si dice quando una cosa è destinata a durare poco? Come un gatto in tangenziale…

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Festa della befana, sera non particolarmente fredda, idee poche ma voglia di svagarmi tanta. Ergo cinema. Dopo un po’ di indecisione – anche nell’ultimo week end delle feste di Natale al cinema c’è l’imbarazzo della scelta – opto per l’ultima pellicola diretta da Riccardo Milani e interpretata da Paola Cortellesi e Antonio Albanese, “Come un gatto in tangenziale”. Lo annuncio subito: secondo me i due protagonisti sono grandiosi, lei a tratti eccezionale, ma è l’idea di fondo a piacermi da morire.

Inutile dire che quando vai a vedere una commedia ti aspetti di divertirti, ovvio… ma ti aspetti che lo stesso film insieme ai sorrisi ti strappi anche mezza lacrima? Che da gag ironiche e divertenti esca fuori una riflessione? Diciamo che non è così scontato e non credo neanche sia tanto semplice, ma qui è successo. Certo, non bisogna necessariamente essere melodrammatici per suscitare una riflessione, anzi a volte è proprio ridendo e scherzando che si riesce a buttare in mezzo un pensiero profondo, ma ripeto, non è un’operazione che può fare chiunque: qui è riuscita e anche bene direi!

Ma partiamo dalla trama: Giovanni (Antonio Albanese) lavora con le istituzioni per garantire fondi europei all’Italia, fondi destinati alle periferie italiane. È un filantropo, animato da nobili propositi e buoni sentimenti, che però vive nella Roma bene, nei palazzi del centro e forse non conosce in pieno la realtà a cui dedica gran parte dei suoi sforzi… o meglio, non la conosce ancora, finché Agnese, la figlia tredicenne, educata e cresciuta proprio secondo principi di tolleranza e apertura verso il prossimo, prende alla lettera gli insegnamenti paterni e assolutamente noncurante di qualunque differenza sociale prende una cotta per Alessio, un quattordicenne di Bastogi, periferia romana, un luogo – come possiamo dire – lontano anni luce dalla realtà a cui è abituato Giovanni (secondo un collaboratore di Giovanni in confronto Scampia è un centro benessere!).

Giovanni, preoccupatissimo, inizia a seguire i due fidanzatini e ben presto scopre di non essere l’unico ad essersi convertito ai pedinamenti: anche Monica (Paola Cortellesi), l’appariscente madre di Alessio – armata di tatuaggi e mazza da baseball! – è preoccupata per quell’infatuazione destinata a durare… “come un gatto in tangenziale”. L’incontro tra i due genitori è anche l’occasione per l’incontro di due facce della nostra società che sembrano viaggiare su due linee apparentemente inconciliabili, due parallele distanti per cultura ed esperienze di vita, che nei volti e nelle parole di Giovanni e Monica si incontrano e si scontrano… e nello scambio di pizza dell’ultima scena forse si capiscono. Ho riso e ho pianto. Bellissimo!

Menuccia

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Il nostro primo tè insieme nel nuovo anno

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Per questo nostro primo tè del 2018 ho scelto una citazione, che profuma di coraggio e di speranze.

“Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione”.

(Massimo Gramellini)

Ecco, quasi tutti tendiamo a fare bilanci al termine del mese di dicembre, a chiederci cosa avremmo potuto e dovuto fare per essere più vicini all’idea di noi stessi che abbiamo.

Allora proviamo ad iniziare questo gennaio, chiudendo lo scetticismo in uno stanzino della nostra anima, e apriamo le porte ai desideri, anzi, meglio, a un sogno che sentiamo profondamente nostro.

Lo so che la vita frenetica e piena di necessità impellenti limita anche il tempo di sognare.

Ma regaliamoci 5 minuti al giorno per il nostro sogno. Coltiviamo la ribellione alla routine.

Chiediamoci cosa desideriamo davvero.

Francesca

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Prima riflessione del nuovo anno, tra un augurio e un piccolo rammarico

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Nel primo articolo della rubrica in questo nuovo anno ne approfitto per dedicare un pensiero e fare gli auguri ad una persona in particolare, non solo di buon anno ma di buon compleanno: si tratta di un attore notissimo e di bravura oltre la media, che ha chiuso il 2017 proprio festeggiando i suoi ottant’anni. Il 31 dicembre scorso, infatti, (parliamo di soli due giorni fa, perché mi sembra già così lontano?) ha soffiato su ottanta candeline l’attore Anthony Hopkins: sì, proprio lui, il premio Oscar Anthony Hopkins, l’interprete indimenticabile di Hannibal Lecter ne Il silenzio degli Innocenti, il maggiordomo di Quel che resta del giorno, il Bill Parrish di Vi presento Joe Black – e qui fu memorabile il suo monologo sull’amore : “Lo so che ti sembra smielato, ma l’amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi […]” – , il don Diego de la Vega ne La Maschera di Zorro, e più di recente Odino, il padre di Thor, nella saga e che lo ha reso noto anche ai giovanissimi (lo conosce e riconosce anche mio figlio!).

Che dire? Ne stimo le capacità artistiche da così tanto tempo che non potevo non rendergli omaggio, anche perché parliamo di un attore camaleontico e inconfondibile, elegante e di carattere e l’occasione del suo ottantesimo compleanno mi è sembrata una bella immagine da condividere nel ricordo dell’anno appena concluso.

Che immagini ci aspettano invece ora nell’anno nuovo? Personalmente ho tante speranze e poche certezze, una in particolare, purtroppo: questo sarà il primo mondiale di calcio che vedrò senza i nostri giocatori sul campo. Ho già confessato in passato di non essere una grande sportiva, ma ho sempre seguito con passione la nostra nazionale ai mondiali e ammetto di essere profondamente dispiaciuta per la nostra mancata qualificazione. Mi si dirà che nel nostro amatissimo Paese (perché io continuo ad amarlo, nonostante tutte le difficoltà) abbiamo problemi più seri a cui pensare e concordo in pieno, ma è anche vero che lo sport può essere – consapevolmente o meno – anche lo scenario del riscatto sociale, il luogo della mente e del cuore su cui sfogare una passione, su cui far convertire anche il senso di appartenenza di una nazione. Pazienza! Ci servirà di lezione per migliorare in futuro… e al futuro guardo comunque con fiducia. Buon inizio d’anno!

Menuccia

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Questo prontuario mi piace…

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Stasera, come da tradizione, brinderemo al nuovo anno. In realtà io bevo pochissimo e raramente (sono apparentemente molto noiosa, lo so!), ma stasera un brindisi me lo concedo e per l’occasione vi propongo il Prontuario per il brindisi di capodanno di Erri De Luca.

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,

cucina, albergo, radio, fonderia,

in mare, su un aereo, in autostrada,

a chi scavalca questa notte senza un saluto,

bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,

a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,

a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,

a chi non è invitato in nessun posto,

allo straniero che impara l’italiano,

a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,

a chi si è alzato per cedere il posto,

a chi non si può alzare, a chi arrossisce,

a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,

a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,

a chi ha perduto tutto e ricomincia,

all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,

a chi è nessuno per la persona amata,

a chi subisce scherzi e per reazione un

giorno sarà eroe,

a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,

a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,

a chi restituisce da quello che ha avuto,

a chi non capisce le barzellette,

all’ultimo insulto che sia l’ultimo,

ai pareggi, alle ics della schedina,

a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,

a chi vuol farlo e poi ne ce la fa,

infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera

e tra questi non ha trovato il suo”.

(Erri De Luca, Prontuario per il brindisi di capodanno)

Oggi finiamo l’anno iniziando così. Buongiorno a tutti!

Menuccia

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Un tè alla fine dell’anno…

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Ho scelto di chiudere la rubrica per questo 2017 con un brano di Andrea De Carlo, tratto da “Due di due”, il suo romanzo che ho amato di più.

«Lo so come ti senti. È come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l’unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova ad immaginare di essere già vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti».

E questo auguro a tutti voi, e anche a me stessa: di trovare il coraggio di dire quel “mi dispiace” che abbiamo rimandato e poi forse dimenticato, di fare quella telefonata che ci spaventa, di provare a ritrovare chi abbiamo perso o, viceversa, lasciar andare chi ha ormai una strada diversa dalla nostra.

Il coraggio, dunque, di dire addio a questo 2017 e di iniziare il nuovo anno non con buoni propositi, ma senza questioni irrisolte: perché in primis dobbiamo volere bene a noi stessi ed il coraggio dobbiamo scegliere di abbracciarlo ogni giorno. A partire da oggi.

Francesca

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Dolce sera…

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“[…]suono di chiesa, suono di chiostro,

suono di casa, suono di culla,

suono di mamma, suono del nostro

dolce e passato pianger di nulla […]”.

(Giovanni Pascoli, un passo tratto dalla poesia Le ciaramelle)

Oggi ci piace augurarvi buona serata e per l’occasione ho scelto una foto di Anzio in veste natalizia. Questa è di un paio di giorni fa. Dolce sera a tutti!

Menuccia

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